La prima volta che vidi il fiume scorrere era da poco passato di lì il tramonto e nell'acqua aveva lasciato i suoi resti di luce arrossata da sembrare un fiotto di sangue, più che di parole. Non pensavo già allora di conoscerti bene e mi limitavo a saperti inconsistente quanto le linee che tracciavano i sassolini lanciati nell'acqua, come presunzioni senza diritti di fatto.
L'autunno aveva ceduto alle rigidità di un inverno ladro di fogli e foglie che non aveva avuto cura del tempo investito in attese; quindi siccità e poi invece piogge come coriandoli di carte andate perdute senza aver saputo come giocarsele ed ogni tanto una vodka per riscaldarsi l'animo.
Qualche notte successiva avrei avuto bisogno di un dignitoso sonno ristoratore: i ritmi scombinati facevano sentire come improrogabile l'inseguire impulsi di vita che ci tenessero in piedi con forza. E tu avevi scelto d'andare, senza dar risposte nè avvertimenti, lasciando la scena in direzione di un pullman che non si sarebbe fatto aspettare.
Avevo provato a fermarti, ignara del tragitto umido col quale ti saresti inchinato alla sera in cui ti avevo studiato. Le tue domande come esercizio per tutti quanti noi, giovani , viziati, incoscienti e vanitosi che eravamo, abituati più a reggere in mano calici di vino che non la penna che sa essere bisturi quando anzichè farla volare, la usi per scrivere.
Stavamo mettendo alla prova le nostre forze per non arrenderci quanto più possibile, prima della mattanza finale.
Ad onor del vero, il tuo andartene nel sopraggiungere delle prime ore della notte invernale ci aveva dato occasione d'ammiccare ad un abito della tua personalità ancora non del tutto svelata. Quando veniva pronunciato il tuo nome sistematicamente mi giungeva solenne all'orecchi l'accento romano che aveva amato dal primo minuto e dovevo tener socchiuse le palpebre un istante, nel vano tentativo di chetare il fibrillare del mio fulminato cuore a immaginare. Il torpore derivante dalla mancanza di riposo si concentrava a tentoni su fugaci appunti di sorta, dove si annidava come una specie di sottile invito di parti a non dissipare il serbatoio delle mie energie giovanili.
Per questo fui oltremodo irritata nell'avvedermi che era scoccato il 4 di novembre da un'ora e la primavera di maggio era ancora lontana.
SPIRALE CICLICA
Si corre soli. Si corre come cani senza guinzaglio in strade di paesini senza padroni. Eroi per giorni che se ne sono andati come faremo noi con le museruole sciolte, ma senza accorgerci. Ci saremmo portati bottiglie di vino rosso e penne scariche se avessimo saputo. Un cast di attori più che di eroi.
venerdì 26 novembre 2010
venerdì 19 novembre 2010
Ask the wind, H.
Di quale magico inchiostro si nutrono le tue dita, amore
per saper dipingere quei buffi omini
con le gote rosse di superbia
una mano nella giubba come Napoleone
e l'altra a frugare gli spiccioli intascati
Di quale forza sono capaci le tue mani
quando coccoli quell'esserino
nato da un pensiero più grande di ogni se, e di ogni Sé
e versi immaginarie tazze di caffè
Di quale materia sono fatti i nostri giorni, piccola
Piume per solleticarti e muoverti al riso
Seta per accarezzarti la fronte e le palpebre
Vetro per far ticchettare le gocce di pioggia
Acqua di fiume per le labbra che si cercano
Di quali sogni sono fatte le nostre notti, amore
se le luci che accendi dentro me non si spengono mai
e ci troviamo stupiti, ansanti ad immaginare
di estrarre dal cassetto sempre nuovi balocchi
Lo chiedo al vento
e poi lo lascio continuare la sua corsa
so che la mia attesa del tuo sguardo
non sarà mai sprecata
(A. M. - martedì 16 novembre 2010 - ore 22.46)
per saper dipingere quei buffi omini
con le gote rosse di superbia
una mano nella giubba come Napoleone
e l'altra a frugare gli spiccioli intascati
Di quale forza sono capaci le tue mani
quando coccoli quell'esserino
nato da un pensiero più grande di ogni se, e di ogni Sé
e versi immaginarie tazze di caffè
Di quale materia sono fatti i nostri giorni, piccola
Piume per solleticarti e muoverti al riso
Seta per accarezzarti la fronte e le palpebre
Vetro per far ticchettare le gocce di pioggia
Acqua di fiume per le labbra che si cercano
Di quali sogni sono fatte le nostre notti, amore
se le luci che accendi dentro me non si spengono mai
e ci troviamo stupiti, ansanti ad immaginare
di estrarre dal cassetto sempre nuovi balocchi
Lo chiedo al vento
e poi lo lascio continuare la sua corsa
so che la mia attesa del tuo sguardo
non sarà mai sprecata
(A. M. - martedì 16 novembre 2010 - ore 22.46)
mercoledì 1 settembre 2010
InUtile
![]() |
(s)cogli li (C.B.) |
Lì dove le ciglia sbattono sul rimasto sonno
ho ritagliato la tua fisionomia in due.
Poteva essere un'idea di ritratto copiata a mille fotografi;
un modo originale per ricomporti una volta sognato di nuovo
o l'immagine d'amante reduce di sfogo di rabbia, e strappata.
Lì dove le ciglia si sdraiano sull'occhi senza volersi alzare
vorrei prometterti quel curioso ovvio caffè
mentre son qui che lo vado a preparare per loro, me,
tra i fornelli fermi in cui mi rendo conto
di non averti cucinato bene.
Lì dove i miei occhi sono scogli su cui puoi giusto arrampicare,
increspandosi le ciglia sul loro colore di schiuma
trasformano in onde che vorrei stamani agitare e più ancor più
incredula e incerta di fronte alla sorpresa
del tuo precoce procace ritorno da drammatico film d'amore
cui rispondere con mie parole rancorose e stronze
farcite dei sapori da cui non hai voluto farti accarezzare.
Il mare mosso l'ho rimestato di dentro per sentire il tintinnare dello shacker.
Ed in questo secondo risveglio singhiozzo e non ho pianto.
Nemmanco bevuto.
L'aria non è alla porta
e i tuoi pugni pure non li sento.
C'è modo e modo d'esser violenti.
C'è forma e modo per trovarsi nolenti.
Ci vuol modo e stile a sentirsi dolenti.
1settembre 2010 ore 9.54
h.n.
(arlecchino - de gregori)
martedì 31 agosto 2010
Il vecchio paragone della rosa
a H.
Avevo pensato al vecchio paragone della rosa
ma poi no: tu non è che hai il fiore
e la spina: in te fiore e spina
sono una cosa sola. Bisogna trovare
il fiore nella spina
e la spina nel fiore.
Perché in te è la spina che fa il fiore
restando spina – e il fiore fa la spina
restando fiore. Sei magra come un ragno,
hai labbra grandi come un’africana
e ginocchia spellate.
Degli occhi non so dire:
te li ho guardati, però non so dire.
Preferisco non dire cose a caso.
Come certi animali di boscaglia
gridi però non ti lasci vedere.
Cerchi e non cerchi: non vuoi cacciatori
né giardinieri orgogliosi e premurosi.
Se ti s’aggrotta la voce su una lacrima
agiti tutte le foglie per confondere.
Sei una pianta non classificata.
Sì, ma fuor di metafora sei anche
la bambina che dipinge bottiglie
e manda cartoline a forma di pesce,
innamorata di musicisti e artisti
e a tratti di te stessa (ma non sempre
l’amore è ricambiato): sei la donna
nata lontano, timida nei baci
e nel meravigliarsi – così forse
un poco mi assomigli
e qualcosa capisci e capisco, però
preferisco non dire cose che già sai.

Carlo Molinaro - 2010
La nausea, il mal di denti, l'amicizia, l'amore, il gol e la nave che va
Io piuttosto che la nausea preferisco un feroce mal di denti,
un mal di denti da urlare e non dormire, che neanche servono
pastiglie e pastiglione. Però l’indomani vado
dal dentista che in un modo o nell’altro
toglie il male o toglie il dente o l’aggiusta.
Io preferisco i mali localizzati in un punto:
mali onesti, precisi. La nausea invece
non so dove abita, non è in un punto del corpo,
non è neppure tutta nel corpo, è nel corpo
e nella mente e anche fuori, nell’aria, nella stanza,
nella luce intorbidita, nel fastidio che dà un movimento:
e i medici fanno finta di saperne qualcosa
ma non ci azzeccano mai, non hanno niente da togliere
né da aggiustare, fanno ipotesi, ti danno medicine
che non servono a niente. Con il mal di denti
sono riuscito a baciare in un giorno di neve
e a fare l’amore. Con la nausea non riesco
neppure a dire una cosa a un amico.
L’amicizia e l’amore sono una cosa che è bella
(dico «una cosa» e non «due cose» perché spesso non distinguo
amicizia da amore, ci sono sfumature differenti,
certo, ci sono, c’è il sesso, c’è un diverso
modo di abbracciare, ma è un po’ tutto mescolato,
secondo me è un po’ tutto mescolato),
l’amicizia e l’amore sono la cosa più bella, una cosa
che sta all’opposto della nausea, vediamo se riesco a spiegare,
non sta all’opposto del mal di denti,
sta all’opposto della nausea, perché come la nausea
non so dove abita, non è in un punto del corpo,
non è neppure tutta nel corpo, è nel corpo
e nella mente e anche fuori, nell’aria, nella stanza,
nella luce illimpidita, nella gioia che dà un movimento:
e i sapienti fanno finta di saperne qualcosa
ma non ci azzeccano mai.
Helen dice che quei pochi minuti che mi è stata intorno
dovrebbero bastarmi a sapere come sorride.
Le chiederò se lei sa come sorrido io. Io no,
non sono sicuro di sapere come sorride Helen:
i pochi minuti vengono spesso sopravvalutati
e ci facciamo le nostre immaginate – io per primo:
per i pochi minuti che mi è stata intorno Eva
sono convinto di sapere moltissimo di lei:
la sposerei, sulla base di ciò che credo di sapere
per i pochi minuti che mi è stata intorno, Eva.
E lo credo davvero, non c’è niente da fare.
Bisognerebbe invece stare molto attenti
ai pochi minuti, a questo sopravvalutare
la conoscenza di tre sguardi, cinque gesti e quindici parole.
Pensare che nelle vere storie d’amore d’amicizia
si va avanti per anni e si scava uno nell’altro
con affettuosa attenzione, con profondità,
eppure dopo anni si scopre che c’è molto
di sconosciuto ancora – lo notavamo giorni fa
io e una donna che ci amiamo a lungo.
Ma certo è sempre complicato perché
l’amicizia-amore non abita in un punto
(è l’opposto della nausea, non del mal di denti)
e quindi è una cosa che ne vedi delle parti
un po’ dappertutto, magari becchi dell’essenziale
il primo giorno, magari dopo un secolo,
e poi trovi dell’altro essenziale che è più essenziale ancora,
è tutto un andare avanti così.
Helen pensa che io dopo pochi minuti dovrei sapere
come sorride lei, io penso che dopo pochi minuti
so i pensieri più profondi di Eva, come ride e come piange,
io e la donna che a lungo ci amiamo
sappiamo di sapere di noi una parte ma non tutto,
è tutto un sapere o un pensare di sapere,
un andare dappertutto perché l’amicizia-amore
è dappertutto, è l’opposto della nausea,
e infatti quando manca l’amicizia-amore
trionfa la nausea: così almeno accade a me.
Che cosa sia l’opposto del mal di denti
adesso non saprei: forse quelle gioie precise
ma un po’ limitate, molto ben delimitate,
tipo un gol allo stadio della squadra del cuore,
che se uno è un tifoso è un godere, mica no,
ma poi già sul tram verso casa si toglie,
si toglie come un dente. Comunque questo
non ha molta importanza.
Io piuttosto che la nausea preferisco un feroce mal di denti,
ma piuttosto che un gol allo stadio preferisco
il complicato amore che non so dove abita, non so
quanto è dentro e quanto è fuori, dove prende,
che onde fa, come sale e come scende: ma che è così bello
che accetto ogni beccheggio e ogni rollìo nel mentre che
– per concludere con una figata di metafora classica –
passa la nave mia per mare procelloso
compiendo il viaggio suo
breve e meraviglioso.
un mal di denti da urlare e non dormire, che neanche servono
pastiglie e pastiglione. Però l’indomani vado
dal dentista che in un modo o nell’altro
toglie il male o toglie il dente o l’aggiusta.
Io preferisco i mali localizzati in un punto:
mali onesti, precisi. La nausea invece
non so dove abita, non è in un punto del corpo,
non è neppure tutta nel corpo, è nel corpo
e nella mente e anche fuori, nell’aria, nella stanza,
nella luce intorbidita, nel fastidio che dà un movimento:
e i medici fanno finta di saperne qualcosa
ma non ci azzeccano mai, non hanno niente da togliere
né da aggiustare, fanno ipotesi, ti danno medicine
che non servono a niente. Con il mal di denti
sono riuscito a baciare in un giorno di neve
e a fare l’amore. Con la nausea non riesco
neppure a dire una cosa a un amico.
L’amicizia e l’amore sono una cosa che è bella
(dico «una cosa» e non «due cose» perché spesso non distinguo
amicizia da amore, ci sono sfumature differenti,
certo, ci sono, c’è il sesso, c’è un diverso
modo di abbracciare, ma è un po’ tutto mescolato,
secondo me è un po’ tutto mescolato),
l’amicizia e l’amore sono la cosa più bella, una cosa
che sta all’opposto della nausea, vediamo se riesco a spiegare,
non sta all’opposto del mal di denti,
sta all’opposto della nausea, perché come la nausea
non so dove abita, non è in un punto del corpo,
non è neppure tutta nel corpo, è nel corpo
e nella mente e anche fuori, nell’aria, nella stanza,
nella luce illimpidita, nella gioia che dà un movimento:
e i sapienti fanno finta di saperne qualcosa
ma non ci azzeccano mai.
Helen dice che quei pochi minuti che mi è stata intorno
dovrebbero bastarmi a sapere come sorride.
Le chiederò se lei sa come sorrido io. Io no,
non sono sicuro di sapere come sorride Helen:
i pochi minuti vengono spesso sopravvalutati
e ci facciamo le nostre immaginate – io per primo:
per i pochi minuti che mi è stata intorno Eva
sono convinto di sapere moltissimo di lei:
la sposerei, sulla base di ciò che credo di sapere
per i pochi minuti che mi è stata intorno, Eva.
E lo credo davvero, non c’è niente da fare.
Bisognerebbe invece stare molto attenti
ai pochi minuti, a questo sopravvalutare
la conoscenza di tre sguardi, cinque gesti e quindici parole.
Pensare che nelle vere storie d’amore d’amicizia
si va avanti per anni e si scava uno nell’altro
con affettuosa attenzione, con profondità,
eppure dopo anni si scopre che c’è molto
di sconosciuto ancora – lo notavamo giorni fa
io e una donna che ci amiamo a lungo.
Ma certo è sempre complicato perché
l’amicizia-amore non abita in un punto
(è l’opposto della nausea, non del mal di denti)
e quindi è una cosa che ne vedi delle parti
un po’ dappertutto, magari becchi dell’essenziale
il primo giorno, magari dopo un secolo,
e poi trovi dell’altro essenziale che è più essenziale ancora,
è tutto un andare avanti così.
Helen pensa che io dopo pochi minuti dovrei sapere
come sorride lei, io penso che dopo pochi minuti
so i pensieri più profondi di Eva, come ride e come piange,
io e la donna che a lungo ci amiamo
sappiamo di sapere di noi una parte ma non tutto,
è tutto un sapere o un pensare di sapere,
un andare dappertutto perché l’amicizia-amore
è dappertutto, è l’opposto della nausea,
e infatti quando manca l’amicizia-amore
trionfa la nausea: così almeno accade a me.
Che cosa sia l’opposto del mal di denti
adesso non saprei: forse quelle gioie precise
ma un po’ limitate, molto ben delimitate,
tipo un gol allo stadio della squadra del cuore,
che se uno è un tifoso è un godere, mica no,
ma poi già sul tram verso casa si toglie,
si toglie come un dente. Comunque questo
non ha molta importanza.
Io piuttosto che la nausea preferisco un feroce mal di denti,
ma piuttosto che un gol allo stadio preferisco
il complicato amore che non so dove abita, non so
quanto è dentro e quanto è fuori, dove prende,
che onde fa, come sale e come scende: ma che è così bello
che accetto ogni beccheggio e ogni rollìo nel mentre che
– per concludere con una figata di metafora classica –
passa la nave mia per mare procelloso
compiendo il viaggio suo
breve e meraviglioso.
Carlo Molinaro - 2010
Pronomi Indefiniti
a H.
Ti guardavo ieri al concerto di Federico,
le tue braccia sottili,
la dolcezza che in te è una traccia non svolta,
l'amarezza che è una nota a piè di pagina,
le i su cui mettere tutti i puntini,
i puntini con puntiglio, tranne
se lo decidi tu. Sei una frase
che sembra aperta ma rimane in sospeso,
chiude spirali intorno a pronomi
indefiniti.
Così anche le foto, le innumerevoli
foto che scatti a te stessa, sono
dure come un'offerta difficile,
di quelle che le perdi se stai troppo a pensarci.
Carlo Molinaro - 2010
lunedì 30 agosto 2010
Schiaffeggiami di baci, baby
"T'è rimasto dell'umido agli angoli della bocca"
t'ha detto il mio tono sfuggente.
Non mi hai guardata e,
confrontandoti con le tue buone ragioni,
hai creduto al mio solito delirio. Poi, uscendo, hai guardato lo specchio. Lui era sporco.
Ti sei andato a lavare il viso. Lo specchio è rimasto sporco.
Tu, candido sei ri-uscito, in un modo o nell'altro, a bocca asciutta.
"Io non t'avevo baciato", ho detto appoggiando Malizia
sul ring della mia disarmonia dalle tue occhiaie.
All'angolo i previdenti suggerimenti di utilizzare amore
non più come suggestione.
Sono segnali di attenzione che capitano sugli occhi neanche fossero moscerini alla luce.
Tu hai fatto finta di niente e di nuovo non ho potuto darti torto.
Pizzico le corde del tuo silenzio
e non so mettere le dita sulla tua anima come da accordi.
Non mi laverò nemmeno la testa prima d'un'ora, mi sono detta allora. Bisogna che io rimetta
a scrivere
l'animo abbarbicato sul muretto del mio castello;
il secchiello sentinella già gli dà la spalla.
Mi costruisco tutto da sola e spesso in testa:
non posso asciugarla e prosciugarla insieme, io.
Facciamo come una scena al replay:
io vado indietro coi passi e torno seduta sul materasso,
t'affacci tu in stanza
e mi chiedi qualcosa
senza volere niente di me.
T'avvicini, t'avvicini.
Io ti cingo di braccia la pancia e m'appoggio a riposare la mente svegliata
di poco.
Io che quando apro gli occhi non parlo per 47-48 minuti, tranne che con mia figlia.
Io che sveglio con me l'indigesto imbronciarsi d'ogni mattina
e se vuoi vedermi sorridere in quell'ora devi giocare in totip.
Io ti cingo d'abbraccio e m'appoggio alla tua abbondanza
senza dirti neanche adesso che d'affetto so che me ne trasmetti tanto.
E tu per una volta senza per questo pettinarmi in capo
mi carezzi tutte quelle mie frasi che suonano clacson
tra il mio credere a tutto sgangherata
ed il vagabondare disperatamente attratta da banali presagi di pezzi da ricompormi addosso
trovati per strada, scoperti nelle loro nudità
chè d'arte si deve pur parlare prima o poi.
E di me che ti cingo potrebbero farne gli artisti soli il solito dipinto che non saprei colorare bene.
E di te che mi pettini le idee folli che mi trafficano dentro, sarebbe più fantasioso disegno.
Il diario di viaggio è dentro alla borsa dove mi han cercata altri,
al telefono di mattina può chiamarmi solo Ric,
ma tu sei qui e di leggermi tra le righe non t'importa
e del telefono figurarsi
e d'altra parte io ho finito per pensare di capire
che cercarti dove so esattamente che non ci sei, è poco utile.
Ho dato colazione alle mie aspettative a disarmarmi
con la solita arma avversaria in cuore
e ti ho forse chiesto il primo "per favore"
senza pretendere che fossi tu a sapere
che voglio solo
adesso
qui
che mi schiaffeggi un po' di baci
prima d'andare a lavorare.
h.n.
10.21 del 30agosto2010
Primiera
Non lo sai, ma durerà poco.
Con la noia nelle orecchie non ci riesco a stare.
Ripartirò
anche se non s'è fatto giorno,
piuttosto sola,
con le mie tre valigie di sogni abusati
e un cappello in testa per quando il sole scotta e tocca
rifugiare gli istinti in un boccale di vodka con ghiaccio
per far respirare a dovere l'anima.
Ho intenzione di aprire già gli occhi;
invece sono accartocciati di sonno e di nostalgie sfatte
come lenzuola su cui s'è fatto l'amore,
quelle nostalgie finite delle mie mura ritrovate tutto sommato presto
e delle metodiche c'ho inventato io
e consolidato nel tempo.
Ho smosso i pensieri come fa il mare pettinando i suoi ricci
quando tocca la sabbia umida di fresco
e sembra cattivo solo se lo guardi da distante.
E ho sequestrato la penna all'orgoglio del sapermi fermare
nell'unico modo, poi, in cui sono capace
e t'ho abbracciato stretta per riprendermi un po' tutti gli odori di casa,
compreso il tuo.
Ho lasciato perdere il rubinetto dello stomaco:
sputava sangue e sudore da ricordare per forza.
Avessi fatto in tempo a circondarti per davvero,
prima che decidessi tu di scappare,
forse a quest'ora avrei meno da dire.
Mi sono giocata speranze e sottintesi
in un torneo di scopa che non si decide a concedermi mai la fortuna d'ori e premiere.
Ebbene ora eccomi:
sono scesa dal viale dei pensieri roventi arrovellati fra rovi di
more che non maturano mai.
Ora sono semplicemente a letto nel nostro letto;
sono trascorsi giorni di brezze sottili
che hanno accarezzato solo me come brave braccia di uomini di cui non provi gelosie,
con cui continuerò a tradirti sempre piena di sfacciataggine,
ma sono tornata.
E sono pronta a vivermi tutto il colore di questo cielo terso da appanicarti e
il frusciare continuo e non certo intenso delle auto che scorrono
per arterie senza senso
di sensazioni da rincorrere
come fecero di me i rametti senza pigne
suicidandosi
saltando giù da alberi di lungomare.
h.n.
lunedì 30 agosto alle 08h55
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