Ho letto. Ho riletto e letto ancora poi mi sono addormentato perché tutto questo letto vuoto e bianco mi ha fatto venire sonno. il tuo leggere non è vuoto, è fiume in piena che coinvolge, fontana che sgorga copiosa, onda che travolge granelli di sabbia e li strappa alla spiaggia trascinandoli in mare aperto dove li abbandona al loro destino di fottuti granelli di sabbia persi in fondo al mare. Confesso come un fesso, sbigottito e tramortito da confessioni inaudite mai sentite né immaginate in questo pianeta e altri sistemi solari: io odio la poesia. Sì, non la capisco. Ho cercato, ho studiato, ho sforzato occhi e cervello (quel che ne resta di entrambi)... ma niente. Ne ho scritte. Di brutte ed inutili. La domanda è sempre quella: perché vai accapo? cosa ti spinge a cambiare rigo? la domanda è all'universo. E poi cosa spinge un uomo, una donna, un bambino a scrivere nel tentativo di trascendere il racconto e l'immediatezza. Si dice è racconto dell'anima, ma io ne ho un'altra diversa dalla tua e ad un certo punto non ti seguo più. Ma se per un istante, anche solo un istante le anime si toccano, comunicano, questa è magia. E allora ho torto! non cè dubbio. Qualcosa mi sfuggiva, mi sfugge. Chi sono? Perché parlo? Di cosa sto parlando? Per quale motivo gli altri diversi da me seduti ad ascoltare? è inutile. Stancamente inutile. Moti dell'anima persi in un granello di sabbia. Inutili. Spesso mi dico scrivere è una forte esigenza, un bisogno grande che va condiviso. Ma spesso l'effetto è quello di costringere altri a guardare, senza vedere, le diapositive delle tue vacanze! uno strazio dell'anima altrui. Ma allora i poeti erano tutti dei matti? non so. Ma allora perché va accapo? il tuo Nostos... è come quelle frasi che rievocano antichi giochi tra complici ed escludono gli altri presenti che sorridono cortesi ma non capiscono, non possono... gli manca l'antefatto... ma le parole non hanno segreti per te e il tuo mondo interiore è vasto e misterioso... il mio sonnecchia pericolosamente sull'orlo di un baratro indeciso se cadere definitivamente nell'oblio o rotolare verso la prateria della conoscenza... in attesa mi annoio. Mi annoio solo.
(Piero Macaluso
rielaborato da HN)
Spirale Ciclica
Si corre soli. Si corre come cani senza guinzaglio in strade di paesini senza padroni. Eroi per giorni che se ne sono andati come faremo noi con le museruole sciolte, ma senza accorgerci. Ci saremmo portati bottiglie di vino rosso e penne scariche se avessimo saputo. Un cast di attori più che di eroi.
martedì 15 maggio 2012
mercoledì 18 aprile 2012
Parole (Spirale ciclica)
Potrei mangiarvi io?
Amo la mutezza suicida che ritira la mia sensibilità in casa, camminando scalza come rimango, sola come senza invitati. Nichilista! diresti. Semplicemente zitta, che guardo. Supero il guado. Frappongo al dolore l'amore del sapermi altro dalle tue categorie, fuori, dalle tue tabelline di marcia perché Pitagora, amore mio, non ha che sommato elementi lasciando ad altri la chimica degli stessi.
- Ciao Esther
E ti sembro come gli altri, ma ho radici diverse e nasco e rinasco, fenice e roccaforte, schiudo le ali e nicchio e picchio e picchia, di picchiata in picchiata. Caduta, in quel nido a contenere sempre le mie ali spennate e le penne da scriverci la storia per quegli istanti in cui non credi e che sono già tuoi, un regalo.
Io, donna, ti dico: domani darò cassetto alle tue ombre evaporate o ti terrò a scivolarmi sull'anima ghiacciata senza ricordare il tuo nome. Senza più volerne sapere, senza desiderio.
- Scusa questa roba è tua? - No.
Con smorfia di riccio dischiudo un momento obbligato, non cortese nè per dispetto a dispetto della valigia nera un po' sgualcita di lui, cappello conosciuto.
(Nella valigia) Sylvia, non ci sei, ma gli ricopierò una poesia, sarà come quando ne ha ricevute altre. Inaspettata. Chissà poi quella nera valigia seduta, a chi tiene. Che vuole. Se ascolta. Se viene ancora una volta al salute d'un mio sguardo stropicciato, simile. Io non c'entravo. In quella valigia, con la tua scaletta, persa. Mi sono persa nel bicchiere, nel leggere, nelle briciole di neve cascate apposta per questa notte dal mio cielo giocoso. Striglia. Ti accenna fiducia, la sciarpa fa il resto col collo. Qualche ciocca sfugge al berretto ed io ringrazio il fatto, il fato, il violinista che abbracciando lo strumento mi ha dimenticata in virtù del normale suo necessitare. Tom esce dalla valigia e cambia a lui cappello. Una lampada alle spalle e mi vivo questo caldo senza scarpe, te che ti ho lasciato presto, ti ho lasciato solo qui. Ti ho lasciato solo, qui, solo due settimane fa con un sorriso ed altre parole, appuntite, a puntate. Ho scambiato la matita per una penna rossa con cui correggere l'apro di cocktail che non bevo più, per scelta. Nevrosi, diresti tu. Penna rossa con cui prendere il volo e l'infilo nei capelli, fermaglio ai pensieri che svaporano e si scaldano. Spazzo il foglio, spazio. E sia. Sia Tom a decretare la fine di questo blocco di carta senza disegni. Un film di cui decidere la regia. Sputa storie al microfono ed io dico ch'è uomo di note che chiede, capriccioso, che segue rincorrendo.
Manchi di buio nei silenzi che si addormentano dentro a sogni abbozzati su pagine a quadretti. Manchi di pioggia e non soffri abbastanza. Manchi nella luce dei riflessi che fa questo vino, bianco, che si dovrebbe colorare di giochi di specchi con le tue lenti. Lo specchio, mai la finestra distoglie impaziente i tuoi occhi. Prendo nome e parto, giorno nuovo e sempre onesto, più di quanto vorresti.
Curami come rosa piccola di principe a torcer spine e scambiarmi in bamcone per girasole e passito. Mi hai comunque abbandonata, per ottenere acini maturi e dolci e sgranarmi gli occhi chiusi, appassiti.
L'oceano nella foto è lì, negli occhi e nel bavero della tua giacca. Porterò una mezza tuba e torneremo a dirci come si fa ad entrare nella cappella sistina ad occhi bassi ridendo intimiditi dall'eco e da quell'a(r)marci diverso, quell'a(r)marci di cose, oggetti, sguardi fuggitivi, mentre proviamo a camminare avanti, a stare a galla, senza catene per attraccare.
Bandite i poeti! Con le loro valigie sgualcite da scopritori di terre e sapori. Che emigrino davvero dentro alle loro didascalie furibonde! Si salvino. Che cosa c'è in questa bizzarra forma di frutto liberata dal violinista che, intento a scegliere se portare la rosa che ha davanti o portarla con sé, tende a ripiegarsi e mai spiegarsi al poeta suo distratto, attratto dal coltello.
Spietata mi chiudo nella mia stanza di specchi. In ognuno ho dipinto un mio ritratto, ricalcando. Sono vestiti diversi a guardarsi, e occhi dappertutto. E tu ti trovi a fare shopping tra le vetrine. Per piacere, dimmi qualcosa, dimmi che sono svitata. [Al di là della vetrina - Paolo Fiorucci]
Ci ho sposati senza contr'atto. Immagino quel pomeriggio sull'oceano. Ci sembrerà quasi sera, quasi tardi, perché avremo aspettato tanto che l'alba si svegli e sarà freddo e farà paura come una mano nella tua e l'anello al piatto. Ho stanato il ragno da buco e tela troppe volte, si nascondeva quando m'avvicinavo ad inquadrarlo. Non ascoltavo domande convulse, ottuse, sincere, convinte, attonite, patetiche, ridicole di brutta farfalla sulla testa che frulla con colori accesi che somigliano a idee.
Troverai nel quotidiano le notizie della nostra curiosa cesta intrecciata a far rimbalzare nastri l'un sull'altro e poi respiri e occhiate che scappano. Alla finestra passanti, come il quando, il dove, il tu, il lei, il sé e l'emozione su cui camminano senza voler calpestare le righe che il lastricato disegna loro e che qualcuno scambia per confini cogliendone l'alibi per restare in gabbia dentro la propria mattonella.
Piansi la tua partenza verso di là dove non occorre farsi vedere e le suore dicevano a mio padre di non permettermi solitudini. Avrei avuto un ghigno e non lacrime asciutte senza quelle immagini di te sul palco con una me bambina. S'impegnavano a soffrire e mi voltai. E mi voltai a guardare i loro veli e dissi senza una parola che non era la stessa cosa. Mi chiesero di facce attonite e munte di codardia il perché. Rimisi nello zaino arancio le mie scartoffie e oggetti di valore senza prezzo, senza acquirenti e nient'altro dissi.
Neanche un caffè, lo rifiutò anche mamma. Nonno a scusarsi tra il telefono e un libro di ricette. Un padre poverissimo per potersi permettere di esserlo. Allor sveglia, ho toccato il male. E anziché metter chiasso su lo spaventoso silenzio, piangevo.
Rifiuto di tradirmi come dici. Rimarrò inevitabile senza curarmi delle tue medicine. Sarò a bordo ancora della mia barchetta nella spiegata all'aria carta scritta. Ammainerò le parole facendole salire al cielo e tenendole con un filo d'inchiostro, appese. Lancerò questi palloncini azzurri dal balcone lasciandomi andare, lasciandomi alle spalle lo specchio solo tutte le volte in cui mi chiami per nome e mi dici quelle cose d'amore, stantie dentro al vino, evaporate come serpenti ballerini al suono del violino. Sarò dentro all'acqua di questo fiume che vidi scorrere. Sarai nella mia rubrica come gli altri cui prima di te non ho telefonato. Come lucida macchina appannata, dannata, traggo previsioni dalla mia mezza tuba senza mali, senza guai, senza magie e magi mogi di astrazioni.
Uomini come dei, come uomini. Non mi guardate con simpatia. Tu ti alzi dal mio pubblico mentre ti guardo.
Vieni sul palco, vieni. Tra l'orchestra dove danza il coro mentre spiega. Avremo cura di restare intrecciati senz'essere prigionieri, vestiti di bianco senz'essere sposi, nel brindisi ci diremo di sì. Lo chardonnay ci pizzicherà la lingua impertinente prima di un bacio il cui vino non saprà più di niente. Non saprai più dir niente.
Narciso è il nome del fiore solo e rosso sul prato di quest'inverno farlocco che resta lì troppo lento. Lo vedi questo eroe suicida e il lamento del mondo che lo perde e non regge più nessuno. Questo camminare sui propri piedi e vivere tutto, cosa porta? Lo scirocco, da Zante. Nel Golfo del Leone lo farcivano di umidità e però sa essere dolce. Pioggia di polvere fa tempesta nelle case dove vi riparate, ma può esser pure cotone di cuscino e piuma, se sei lesto, se ti desto. Non c'è più previsione. E la strada scivola come oliata. Lui zoppica fino a conquistarla, Zante, e fa recinto delle sirene che lo incantano. L'altro, alto, disarmato, orgoglioso, rimane offeso al porto. E parto. Le sirene sedendo nel bel prato col fiore in bocca a stuzzicar le labbra.
Questi francesi non s'accorgono e delle pale dei mulini han fatto pecore e vendetta. Non dire mai che dormi quando l'otre dei venti è aperta. Circe t'ha dato sangue per i sogni. Niente ombra. Che sia una piccola Venezia, questa Zacinto mia. Si pigliano le chiese. I terremoti e il vescovo a consegnarsi ai nazisti. Se muovi la bocca puoi dirmi le cose con colori diversi.
Calipso. E' meglio poi un solo giorno da ricordare che dimenticarsi che ci s'annoia?
Fammi spazio nelle trenta stanze del tuo castello.
Guardo il parcheggio dei pullman, guardo il ritrovo dei taxi, comincio a incrociare arte e bellezza senza cercarne, senza musei, come fossero piazze piazzate lì da poco. L'odore di riscaldamento, ancora nel naso. Salgo l'ultima rampa e dalla finestra vedo arrivare e andar via i miei invitati come passanti cui sorrido se incrocio lo sguardo. Mi asciugo le scarpe prima di rientrare in casa dalle mie passeggiate sotto il temporale. Volevo abbracciarti mentre andavo da lui e pensavo ai miei ritmi diversi. Non ho mai creduto a quei compromessi che sono mancanza di coraggio di vivere la propria natura senza farle sconti. Calipso canta nel vento.
Tento di comporre il puzzle della mia identità con schegge di vetro. Delicata e devastante.
Ti fai notare e hai un odore intenso. Attrai insetti che poi restano senza ricompense.
Faccio la tragedia: dico che non mi può capire nessuno perché amo circondarmi di curiosi.
Hai lo stesso sguardo di quando eri piccolo. Per questo speravo lasciassi il ricordo, riuscissi a liberarti. Non te l'ho mai detto perché non era carino e potevo essere fraintesa. Ci sono braccia al collo che non fanno bene.
Affidare ad un uomo la giostra e il dolore? sono molto più maleducata col presente.
Bene. Non ho presente, ma è un po' come se. Il vento scioglie la neve, porta umido e sale, profumo dell'aria e sabbia e ti getto addosso la farina della neve. Freddo e caldo. Mi pesi. Ti penso. Da un violino tutto questo non me lo aspetto. Lascia il vento alle sue corse, la neve al suo addolcirsi e dedicati a qualcosa di più tuo. Tipo me. Più chiaro. Troppo chiaro. Come la neve di questi ultimi anni, sporca. Di bianco contrasto, di neve secca, di luce, di me domani. Scrivo a due mani senza le tue e senza confidenza: si sono sfiorate lo stesso. Non la dignità d'uno sguardo profondo, non la consapevolezza, evapora. Però non distrarti. Cercavo la scaletta. Tu suona. La neve ci deve aver freddato.
Distesa
Vorrei che tu, amore, facessi come la neve di questi giorni: si poggia su tutto senza stare a discernere tra tetto e tetto, strada e strada,... dove sì e dove può esser rischioso... scende, scende e col sole se ne sta sdraiata sui tetti ancora un po' a sentirsi squagliare neanche fosse in spiaggia a flirtare e poi giù di nuovo a rincorrere e rimbeccare, rilanciarsi. E per le strade è ammucchiata a costruire opere d'arte neanche troppo moderna, molto migliori di quelle seminate da contadini immodesti in città. Ti fa compagnia, silenziosa, quando resta fuori di casa. Ti inzuppa e si trasforma e ti si appende alle gambe per entrare insieme alla spesa. Gioca con te divertita quando le corri incontro e se nel viale alzi gli occhi te li fa piccoli di sorrisi che non trattieni. Quando rientri ti accorgi che t'ha regalato un vestito di ghiaccio e ti vien voglia di riscaldarti, magari godere di un bicchiere di rosso. Tanta neve così non si vedeva da un po' nemmeno qui. Lei, ascolta e non è vero che si fa i fatti suoi. T'invita i piedi a disegnare le sue nuvole, neanche stesse chiamando a succhiare le dita spiluccanti una torta. E' così che vorrei tu facessi, amore, lasciandomi addosso tutta l'eccitazione di un gioco, facendomi credere alla bellezza della natura e sentire quando ci sei come acqua, essenziale alla vita, anche lì dove basterebbe cambiare temperatura di poco per farti svestire l'abito di fantasma e vederti prendere tutto come fa uno sguardo curioso. Affascinante e protettiva, pericolosa dalla faccia furba, infingarda e pura che nasconde e impedisce, ostacola e costringe attenzione eppur lieve come fosse cotone.
h.n.
2011-2012
lunedì 16 aprile 2012
Ottavina reale
Il freddo è una sciarpa di angoscia immobile alla gola. Da noi la confusione è di casa, le parole escono due a due, a braccetto, arrancando tra i silenzi che gridano di solitudini imbizzarrite come puledri dentro supermarket chiassosi.
Tragicamente aggrappandomi, mani e piedi, corpo, stretti a cavalcare questo muro di noia, m'appoggio agli scalini grondanti fantasia ancora fresca e alle mie gesta e la pioggia scivola mentre ritrovo, serena, la quiete del mio respirare. Ed è proprio la mia mente. E rivedo le mie vene. In questo poco di giorno che è già tanto, sento l'incenso dei fiori secchi che mi sono giunti nella cassetta. Spediti, in tempo. Ti riconosco dalla calligrafia peggiore, quella che mi compare in gocce blu al marciapiede, accanto alla mia negli occhi che ricordano sovente le cartoline dai nostri primi anni. Ti saluto senza guardarti, forestiero che tieni casa vicina a me. Oggi ho trovato una fotografia in cui non mi piaci: era tra barchette di carta a nuotar nei coriandoli, tra le malinconie immobili, tra pupi di cartapesta e romanzi romantici; in uno scatolo pieno di insidie, in un cartone sommerso di lettere all'aria di quelli cari a chi la strada la vive sul serio, della stazione conosce fin gli angoli e al freddo si va a coprire sapendo bene come così, una notte o l'altra, finirà a crepare. Ma tu fai bene a stringerti al collo quel tuo cappio di lana lieve prima di uscirtene di soppiatto a far due chiacchiere con la neve. Sta ferma agli angoli della bocca, accumulata di orme diverse, ai lati della strada che imbocca labbra d'ombre estroverse in sorriso breve. E' in questo zingaro girovagare con la poesia che freme sugli occhi, le labbra umide dell'ultimo bacio con la pioggia che canta appena, in duetto per questa sera. E' in questo ridere di traverso, in questo amarti senza compenso, nel frammentarsi di cui il ghiaccio chiude catene vestite ai polsi, così alle scene; è nelle città conosciute a spizzichi, è in questa bellezza e disperazione che si fanno immagini e luna e fiele di un sentiero figurato in tele, in uno sguardo che sale e viene, ch'è solo e sparso. E' in quella speranza che non si dà pace, in quella tregua firmata coi denti, è in tutto questo che ti so simile, pure dove non mi somigli, anche quando ti volto le spalle e insieme ai gigli mi mimetizzo a valle delle tue baracche da riciclare. E lo sai fin troppo bene che sono lì e non me ne voglio andare. Ch'è proprio lì che mi puoi scoprire.
(aprile 2012 - h.n.)
(La cosa più importante - Max Gazzé)
giovedì 8 marzo 2012
Paolo al Folkclub
Hey bluesman, quando si spengono le luci tu scurisci la voce roca nel whisky, appoggi le dita a tastare il braccio della tua lady e le ragazze diventano languide. Loro frugano nel buco nero delle loro borse, a cercare rossetti. Si stusciano al collo dei loro uomini e gli soffiano negli orecchi lasciando lividi viola tanto baciano forte. Hey bluesman, le donne spalancano gli occhi. Usciamo tutti dalla gabbia per mano.
E' stata la tenerezza a fregarmi, mon amì, è stata la tenerezza questa volta. Come potevo, io... come...?
Adesso c'è terra sui miei piedi puliti, odore di asfalto che brucia, di lacrime, di polvere da sparo. Ho zucchero in bocca e lui non è qui. Lo porterei con me subito, forse perchè qui è il posto più improbabile dove lo vedrei. Nella cantina di stasera starebbe bene quanto il colore delle travi; come un quadretto alle pareti e nei suoi occhi scorrerebbe corrente. Occhi frastornati non dallo sfregare dei pugni, non dallo sfregare le tue corde, bluesman, ma dal frastuono del vento d'oltreoceano che ci hai portato, dal baccano di questa verità a pezzi, fatta ferita, che sbatte di qua e di là tra le candele e i bicchieri di vetro a terra a saporare ancora di birra consumata.
Hey bluesman, questa afa agli occhi è uguale uguale al freddo che ci si blocca in gola nella città a te stasera ancora un po' meno straniera.
Hey, amore, non guardarmi così truce in volto, è stata tutta colpa della tenerezza. Sono caduta sulle scale e non ti ho ancora assolto. Per certo non potevo vederti con i miei occhi bassi. Però se ogni notte mi manderai un poco del tuo respiro e una goccia di saliva come pioggia, te lo giuro, non cado più.
Hey, bluesman, tu gracchi e a noi si aprono voragini. Ho capito di aver sentito l'onda di quel mare agitato che siamo. Là, c'è il mucchio con tutte le nostre pistole. Hey, l'ha abbracciata lui senza curarsi dei capelli in bocca; la ragazza scuote la testa così forte che Pino impazzirebbe. Bluesman, non dovresti permetterti tutto questo. Dovrebbero ora riportarti in cella o incellophanarti muto.
E allora, bluesman, alla fine hai accompagnato a casa la tua lady, ma qualcosa è rimasto nel profumo di legno di quella cantina. E' un veleno che sa di sangue e non riesco a togliermelo dalle vene. E' tutto quel fremere assorto per cui rivolevo i pensieri miei. Sono le travi verdi che qualcosa di vivo han toccato davvero, dove anche l'oblio abbiamo visto vicino. Ti vien voglia di crescere. E' tutto quel che si è sciolto come la cera mangiata delle tue candele ed è tutto quel che non voglio dire. Sa di strade in cui vieni catapultato e di bambole e drink da stringere in pugno. Di cani che sbavano addosso, tute di pelle incollate sul corpo e kebap cotti per strada.
17-2-12
E' stata la tenerezza a fregarmi, mon amì, è stata la tenerezza questa volta. Come potevo, io... come...?
Adesso c'è terra sui miei piedi puliti, odore di asfalto che brucia, di lacrime, di polvere da sparo. Ho zucchero in bocca e lui non è qui. Lo porterei con me subito, forse perchè qui è il posto più improbabile dove lo vedrei. Nella cantina di stasera starebbe bene quanto il colore delle travi; come un quadretto alle pareti e nei suoi occhi scorrerebbe corrente. Occhi frastornati non dallo sfregare dei pugni, non dallo sfregare le tue corde, bluesman, ma dal frastuono del vento d'oltreoceano che ci hai portato, dal baccano di questa verità a pezzi, fatta ferita, che sbatte di qua e di là tra le candele e i bicchieri di vetro a terra a saporare ancora di birra consumata.
Hey bluesman, questa afa agli occhi è uguale uguale al freddo che ci si blocca in gola nella città a te stasera ancora un po' meno straniera.
Hey, amore, non guardarmi così truce in volto, è stata tutta colpa della tenerezza. Sono caduta sulle scale e non ti ho ancora assolto. Per certo non potevo vederti con i miei occhi bassi. Però se ogni notte mi manderai un poco del tuo respiro e una goccia di saliva come pioggia, te lo giuro, non cado più.
Hey, bluesman, tu gracchi e a noi si aprono voragini. Ho capito di aver sentito l'onda di quel mare agitato che siamo. Là, c'è il mucchio con tutte le nostre pistole. Hey, l'ha abbracciata lui senza curarsi dei capelli in bocca; la ragazza scuote la testa così forte che Pino impazzirebbe. Bluesman, non dovresti permetterti tutto questo. Dovrebbero ora riportarti in cella o incellophanarti muto.
E allora, bluesman, alla fine hai accompagnato a casa la tua lady, ma qualcosa è rimasto nel profumo di legno di quella cantina. E' un veleno che sa di sangue e non riesco a togliermelo dalle vene. E' tutto quel fremere assorto per cui rivolevo i pensieri miei. Sono le travi verdi che qualcosa di vivo han toccato davvero, dove anche l'oblio abbiamo visto vicino. Ti vien voglia di crescere. E' tutto quel che si è sciolto come la cera mangiata delle tue candele ed è tutto quel che non voglio dire. Sa di strade in cui vieni catapultato e di bambole e drink da stringere in pugno. Di cani che sbavano addosso, tute di pelle incollate sul corpo e kebap cotti per strada.
17-2-12
mercoledì 7 marzo 2012
Fiera dell'abitudine
(Lei si disse)
Quando mi sveglio e ti scorgo qui,
pronto per partire al lavoro,
intento a girare tra le stanze di casa
preparando le ultime cose,
mi saluti e io penso
che in quest'istante d'intimità mostruosa
non c'è niente che non vada;
forse nemmeno le tiepide lenzuola
che non t'avvolgono;
magari neppure il fatto
che sei fantasma di qualcuno
che non sogno da oltre un anno.
E mi accorgo
che per te è tutto normale,
ché il ruolo di sbagliata è cicatrice
calzata da dio sul mio corpo, dipinta
a pennello, attraente, e vanitosa
quanto quella del "parto".
Seducente e dispettosa, orgogliosa,
fiera dell'abitudine che riposa.
8.14 - 30-1-12
venerdì 27 gennaio 2012
Scacco matto
Siamo una folla e un solo nome ci sta stretto. F. Pessoa.
Entro nella stanza di vetro ogni volta che ti faccio ciao con la mano. Solo dopo mi accorgo che le pareti riflettono dentro per via della luce, sono specchi. Ne guardo i colori come fossero di sfumati diamanti e chiedo: che ci posso fare se mi innamoro in un secondo? che ci posso fare se m'innamoro anche del vento? Poi mi immergo nelle memorie ingrassate; sirene e acqua sul fuoco si scambiano gli accenti ed io ripenso a come da che lo conosco non sia più stata capace di parlar d'altro.
Le ore insieme mi hanno fatto il nido in cuore e tornano e scappano mascherandosi da ricordi diversi di quel pomeriggio in una brutta città. Magari questo tempo stesse qui: tutto sotto vetro, a farsi guardare; manciate di polvere magica che per riviverla una capriola a testa in giù potesse bastare.
Invece s'allontana, scivola e poi ritorna e mi lascia intera fino in fondo alla sera e poi a scegliere gli attimi e sciogliergli le catene e tentar di rimuovere le frecce impreparate che han fatto centro senza bersaglio, persa nel rigirarle in testa si può dir in eterno. O almeno quel po' di anni che m'han concesso e la clessidra sbriciola uguali mentre ci sono date che iniziano all'alba e giorni che son tutti di notte; ci son quelli di lei che adesso mi parla insieme e quello di oggi, con il caffè non preso divenuto sparviero gracchiante col becco vuoto.
La chiave per i segreti del mondo ce l'avevamo sempre avuta qui, sotto il tappeto dove si va a infilare la polvere.
E' tutta la vita che dico che vorrei fare l'amore con un vicino di casa, ma sbaglio forse sempre indirizzo dove costruire mura sottili, dove mettermi ad abitare.
Ma pure se, come dite, non mi avete presa in giro con quest'illusione assurda che la vita sta lì fuori che m'attende, il cappotto non lo metto, sento freddo, forse piango. Tengo pronto il divano per potervi accompagnare tutte quando, prima una, poi l'altra, a volte due per mano, busserete alla porta piano piano. E non gridate giù in strada, per chiamarmi, ché non s'accorgono mai, ma se dovessero per caso vedervi, nel silenzio vuoto che loro non riempiono di vernice, si lamenterebbero del fastidio, tutti i bei fantasmi.
Sul pianerottolo tra scatoloni e scatoloni pensano di aver in mano le conquiste d'una vita, gli operai ubriaconi. Non sbagliate porta, voi, distratte. Venite pure a me e beviamo forte perchè siamo vicini, eppur da me sembra che tutto sfugga e per tenerlo dentro non basta nè lo Scotch, nè il bicchiere.
Ballatemi intorno, non siate caute, perchè possa dimenticare. Sedete qui a conversare, ma diciamoci poco di questi segreti che san tutti, pesci che ho pescato. Che li avessi già sugli scaffali di questa stanza - che lo vedete come ci abbracciano, - tra consumi e costumi, l'ho capito dopo.
Che poi, ve lo confesso schietta, a me di queste grandezze eterne non m'importa d'altro del tentare di sapere di una goccia di pianto sul suo volto; del provare a capire la punta del sorriso suo timido o spavaldo; del dire e dire di dita soldatine a trasportar la penna morta dentro il ghiaccio e giù nel caldo.
Ma io m'arrabbio inquieta quando i miei amori non partecipano al gioco, stanno enormi e fermi con la pancia grossa e la bocca aperta, sbadigliando, senza ch'io li possa raccontare, seppur sarebbe bello sentirli già cantare.
A quell'uomo, lo sapete, ho scritto migliaia di parole, mentre quegli era tutto intento a vivere il suo mondo ed in nessuna della mie lettere, mi rendo conto, ce n'era il senso più profondo.
Lui mi sapeva al porto, nella mia tabaccheria sognante, dove mi curavo dell'attesa piena di luci, dei colori, del gesto che avrei fatto, delle vesti e di come pronunciare il buongiorno prima che se n'andasse, mai del fatto che non fumasse.
Cento volte credemmo di avere sbagliato, impaurite all'idea di dover per forza compiere gli ultimi tre giorni per arrivare a posare gli occhiali. Cento giorni è arrivato e in sella al fremere delle foglie sulla vetrina di fuori, non lo guardavo in faccia, non gli vedevamo in mano quel niente che qui comperava invano.
I miei trucchi me li tengo tutti, venderemo ancora pacchetti per salare la neve senza scivolare, non cambierà ancora niente, lo saprò vedere, ma lasciatemi alle unghie lo smeraldo su cui chiedere, in preghiera, che anche se il verso è storto e sparso, esso sia puro come alcool al bancone.
La primavera non bussa: ogni volta il mio principe ubriaco è entrato sicuro nella mia libera porta indifesa, ha segnato, chiedendo il permesso solo ai rami.
Guardi, principe, non è vero che il gabbiano s'è mangiato tutti i fogli di grano che ho seminato in terra come segnali stradali. Sì, ha sempre e ancora fame, ma ha volato e volato.
L'ombra tra me e la Madonna mi fa giocare con le mani a creare storie e affezionarmi a me, alla follia saetta che corre addosso e torna dentro mentre sogno, mentre invento. Poeti e appassionati come bruchi dentro pagine, scrivendo di buchi il diario proprio e intanto cercando, cercando.
Cercando l'inclinazione giusta per star ancora all'ombra.
Inudibile rimorso è il vostro vezzo, ragazze mie, siete brave così come viene anche se non so quante siete e non vi conterò neanche alla fine. Non vi conosco, ragazze, eppure resto su questo divano sgombro, dove mi siete care, ma non mi fate paura.
Anche lui voglio aspettarlo dentro una tuta da operaia in cui sto bene. Il capo mi paga a giornata, per ogni ora che vivo. Ci sono quelle piogge cupe in cui penso di traslocare e inerme e disperata grido alla finestra che il principe non saprà mai dove ho casa. Poi mi faccio reduce incline a vincer stanchezza di spada. Poi prendo il pigiama come divisa per volare più veloce in fantasie più distanti.
E poi sto lì a guardar le mie serrature senza spolverarne il sogno, il mito, il tempo nuovo in cui aspetterò ancora il suo pugno inutile verso una porta aperta dal fatto che è primavera d'istinto e mazzo di carte sul piatto.
Gli ho dato tutto ciò che non serviva, non la nostalgia o quel che lui voleva, nè forse ciò che bene vestiva.
Mentre rifletto, m'avvolgo nell'odore di tabacco e incenso tutt'attorno. E c'è carta da lettere nel retro e qualche penna da regalare a mani capaci di creare quando, annegate nell'ombra del presente, le parole gli diventan vizio da non sapersi negare, quasi gesti per farsi intuire.
C'è come una geometria strana nelle ossa sue e mie quando nell'abbraccio si fondono e finiscono in un quadro composto, compiuto. Guadagno un'altra ora: non inchioderò il principe al pavimento per poi piangergli in grembo. Se vorrà potrà andare, rimanendo comunque mia poesia.
(0.42 27-1-12)
(Suzanne - Leonard Cohen)
(Suzanne - Mia Martini / Leonard Cohen - Fabrizio De Andrè)
martedì 10 gennaio 2012
Molo
Spesso la gioia di vivere ho incontrato:
era negli occhi blu di mia figlia appena è nata;
è nelle rotaie quando su ci sferraglia il treno;
a ogni lettera fu nell'inchiostro, seme nella carta;
era in quel secondo bacio da estraneo sulle labbra;
è nel guardarti mentre soffia libeccio, e bevo vino;
sta sul cuscino, tappeto per un sogno;
è rosicchiata dal mondo di contorno;
sta tutt'austera quando le giri intorno;
gioca da mimo se mi passi vicino;
va sott'al letto, adesso, ché t'aspetto.
E mollo tutto.
A te basta alzar un sopracciglio
per buttarmi giù,
occhio!
Fammi però giocare ancora un po'
ad essere forte e distante.
Sai come ammaliante
è il potere di sè che ci reinventa.
Delle collane che mi hai regalato
ne ho fatto un cappio sfilacciato
e ci acchiappo il mio tempo, vivo,
s'allunga di perle ogni momento,
lo addobbo di vento,
lo spoglio del sangue,
lo bevo ed intingo
sul mio tavolo ingombro.
C'è il diario del giorno,
il libro di turno,
il bicchiere cocciuto,
la foto del viso svogliato che hai
attaccato su uno specchio spaccato.
Ho rotto un frammento,
scocciato, mentendo;
ne ho fatto una scheggia
che ha fatto ormai breccia
sul dito puntuto
che cuciva il vestito:
in-carta.
Ho agghindato di pietre il presente
per restargli ancorata
con mia corazza di ghianda
e farlo più bello
nel diluvio monello.
Ti sto lasciando la mano,
devo dirlo di nuovo.
Spesso la gioia di vivere incontro,
la ripongo in soffitta dove sogno.
Tra bauli annegati in polvere
e profumo buono di vecchio,
di umido ordinato sulle mensole in legno spesso.
Chiudo il lucchetto
e abbraccio la finestra senza uscire
così d'affezionarmi bene
alla primavera che non è.
Mi accartoccio.
So di mare e so di te.
Affogo nella doccia intanto che colgo gocce
sulle dita come insetti che pizzicano
corde del mio corpo trasmutate in strumento
e le canto
sbattendo i piedi
perchè sono i miei capricci e schizzi
per cui ho bisogno d'acqua, di ombra e di un gilet.
h.n.
18.09
10-1-12
(Jono Manson - The power of one)
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